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L’epigrafe di Abercio
la regina delle iscrizioni cristiane

L’articolo corrisponde alla voce «Abercio», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. I, coll. 69-72.

[Abercio, santo, fu] Vescovo di Gerapoli (o Hierapolis) in Frigia. Racconta la sua Vita che, uscito un decreto di Marco Aurelio e Lucio Vero, col quale si ordinava di fare dappertutto sacrifici, Abercio, ammonito da una visione, si recò di notte nel tempio di Apollo e con un gran bastone vi fece a pezzi ogni cosa. Mentre la città è perciò in fermento, egli si mette a predicare nel Foro ai fedeli: sopravvenuta la moltitudine infuriata dei pagani, egli sana davanti a loro alcuni indemoniati e così li ammansisce, anzi ne converte molti al battesimo. La sua fama si propaga nelle province vicine; risana dalla cecità anche la madre di un primario cittadino, Eusseniano, amico dell’imperatore, e libera molti indemoniati. Il demonio, per vendicarsi, si caccia nella figlia stessa dell’imperatore, protestando che ne può essere espulso solo da Abercio di Gerapoli.

Marco Aurelio scrive ad Eusseniano di mandargli Abercio, e questi, salpato da Adalia, arriva a Porto Romano e presentatosi all’imperatrice (essendo Marco Aurelio al campo contro i barbari), ne fa condurre la figlia all’ippodromo. Ivi ne caccia solennemente il demonio e, come pena per avergli fatto fare quel viaggio, gli comanda di pigliarsi in spalla una pesante ara marmorea che era colà e di portarla a Gerapoli presso la porta meridionale.

All’imperatrice chiede per grazia di far costruire delle terme presso Gerapoli, e prima di tornare in patria fa un giro per la Siria, la Mesopotamia e l’Asia Minore, beneficando tutti. Vive ancora qualche anno e scrive un libro; avvisato della morte prossima, si prepara la tomba e detta l’epitaffio da incidere sopra di essa, in quell’ara che aveva fatto portare da Roma. Essendo poi stato eletto a succedergli un altro Abercio, egli stesso lo consacra.

Questa leggenda era in passato ritenuta di nessuna autorità, e totalmente fantastico anche l’epitaffio poetico del santo che essa riferisce. Solo l’Halloix (Illustrium scriptorum ecclesiae orientalis vitae, vol. II, Douai 1630, p. 137), e più dottamente il Pitra (Spicilegium Solesmense, vol. III, Parigi 1856, p. 352) ne difesero l’autenticità sostanziale. Altri, come il Garrucci (La Civiltà Cattolica 1 [1856], p. 686), ci videro delle larghe interpolazioni. Ma sul principio del 1882 il Ramsay trovò presso l’antica Gerapoli (poco a mezzogiorno di Sinnada, capitale della Frigia Seconda o Salutaris) una bella iscrizione metrica di un certo Alessandro, del 216, nella quale tosto il De Rossi e il Duchesne riconobbero tratti notevoli dell’epitaffio di Abercio.

L’anno seguente lo stesso Ramsay ritrovò poi nello stesso luogo, incastrati nelle pareti di antiche terme, due notevoli frammenti dell’epitaffio originale di Abercio, concordanti quasi alla lettera col testo della leggenda. Il loro carattere, più antico di quello della stele di Alessandro, si deve far rimontare almeno alla fine del secolo II, anche questo in concordanza con l’età risultante dalla leggenda, la quale poi non assegna erroneamente per sede ad Abercio la più nota Gerapoli ad Lycum, nella Frigia Prima o Pacatiana, giacché parla espressamente di una città vicina a Sinnada.

Così il valore della Vita non si può negare, in quanto essa si fonda sull’epitaffio, e probabilmente anche riguardo a parecchi altri particolari più notevoli che ci dà sul santo.

Riportiamo il testo [in traduzione italiana] dell’iscrizione (22 vv. esametri) criticamente ricostruita: […]

«Cittadino di eletta città, mi sono fatto questo monumento da vivo, per avere qui nobile sepoltura del mio corpo, [3] io di nome Abercio, discepolo del casto pastore che pascola greggi di pecore per monti e per piani, che ha occhi grandi, che dall’alto guardano per ogni dove. [6] Egli infatti mi istruì in scritture degne di fede … il quale mi inviò a Roma a contemplare la reggia e vedere la regina in aurea veste ed aurei sandali; [9] e vidi colà un popolo, che porta un fulgido sigillo. Visitai anche la pianura e le città tutte della Siria e, passato l’Eufrate, Nisibi, ed ovunque trovai compagni … [12] avendo Paolo con me … e dappertutto mi guidava la fede e m’imbandì per cibo il pesce di fonte grandissimo, puro, che prende la casta vergine [15] e lo porge a mangiare agli amici ogni giorno, avendo un vino eccellente, che ci mesceva con acqua insieme al pane. Queste cose ho fatto scrivere qui io Abercio in mia presenza; [18] settantadue anni avevo per verità. Chiunque intende quel che dico e sente come me, preghi per Abercio. Ma che nessuno metta un altro nel mio sepolcro; [21] se no, pagherà all’erario dei Romani duemila monete d’oro ed alla mia buona patria Geropoli mille».

Il valore cattolico di questo monumento era troppo grande ed evidente, perché, una volta certi della sua autenticità, i dotti razionalisti non cominciassero subito a metterne in dubbio il carattere cristiano. Così nel 1894 il Ficker cercò di dimostrare che Abercio era un sacerdote di Cibele, nel 1895 Harnack ci vide uno gnostico pagano e nell’anno seguente il Dieterich un sacerdote di Attis. Ma questi e altri simili tentativi caddero a vuoto per il fatto che in quell’epitaffio tutte le frasi più singolari si spiegano con facilità e naturalezza nel linguaggio dell’antichissimo simbolismo cristiano, come ha specialmente dimostrato il Dölger, e fuori di quello non trovano che ermeneutiche stiracchiate e contraddittorie.

Si suole identificare volentieri il nostro Abercio con l’Avircio Marcello, cui fu indirizzato un trattato antimontanista (Eusebio, Hist. Eccl., V, 16, 3), ma a torto, poiché anche supposta l’identificazione non facile di Auírkios con Abérkios, questi non avrebbe taciuto nell’epitaffio la parte più importante del nome Marcello, in un tempo in cui si lasciava spesso il nomen, mai il cognomen. E poiché l’autore della Vita fu certo a Gerapoli (onde non potè scambiare il paese con la lontana Gerapoli ad Lycum) e vi copiò l’iscrizione, se vi avesse trovato il nome intero, almeno nella parte prosastica che probabilmente seguiva alla poetica, non ce l’avrebbe taciuto. Forse da questa parte prosastica Abercio era detto chiaramente vescovo, come ce lo rappresenta la Vita; dall’epitaffio poetico ciò non appare.

In questo la «città eletta» deve essere Gerapoli e non la mistica città celeste; Geropoli è detta essa da Abercio, da un’altra iscrizione e da qualche moneta, come varie altre città omonime sono dette ora Geropoli ora Gerapoli. Il «pastore che pasce greggi per monti e per piani» è Gesù che ha fedeli dappertutto; «la reggia e la regina di Roma» sono la Chiesa e la sua splendida sede, ma l’autore della leggenda (come noi moderni) vi intese l’imperatrice nella sua reggia, in assenza dell’imperatore; lo «splendido sigillo» è il carattere cristiano; il «compagno di viaggio Paolo» allude verosimilmente alle Lettere dell’Apostolo, e la fede ne è la guida; il «pesce grande ecc.» è evidentemente Gesù cibo eucaristico (ΙΚΘΥΣ); «vergine casta» è la Chiesa, che ci somministra ogni giorno l’Eucaristia (e si noti l’uso abbondante di acqua che allora vi si faceva).

Questa, come l’ha detta il De Rossi, è la regina delle iscrizioni cristiane, la più antica sicuramente databile, il primo monumento eucaristico pervenuto su pietra e uno dei primi della disciplina dell’arcano, degno antesignano della fiorente epigrafia frigia cristiana del III e IV secolo. Merita di essere confrontata specialmente con l’epitaffio di Pettorio.