home  »  Meditazioni  »  Il testamento di Paolo

Il testamento di Paolo

Dono da chiedere nella preghiera: crescere nell’intimità con il Signore sull’esempio di Paolo

Da Mileto mandò a chiamare a Èfeso gli anziani della Chiesa. 18Quando essi giunsero presso di lui, disse loro: “Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: 19ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei; 20non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, 21testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù. 22Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. 23So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. 24Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio.

25E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il Regno. 26Per questo attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, 27perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio. 28Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. 29Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; 30perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. 31Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi.

32E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati. 33Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. 34Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. 35In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!””.

36Dopo aver detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. 37Tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano, 38addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.

Punti per la meditazione:

L’umanità di Paolo. I grandi uomini religiosi non di rado vengono ammirati per quanto hanno fatto, per quanto hanno detto, per la loro capacità di stagliarsi dalla massa, di essere superiori alle vicende dei comuni mortali. Paolo non è prima di tutto così. È un uomo assai semplice: ha il suo lavoro manuale che gli permette di vivere e di inserirsi nella vita ordinaria della gente. Così facendo non pesa su nessuno e offre la preziosa testimonianza che una grande missione ricevuta da Dio non significa vivere da privilegiato.

La sua umanità si esprime anche nella fragilità, di cui questo discorso rivela commoventi aspetti. Un uomo che non ha tutto chiaro, che ha faticato a trovare la sua via, che ha dovuto scontrarsi con difficoltà, imprevisti, con la durezza del prossimo che l’ha fatto soffrire. Un uomo ferito, l’opposto di un “rambo” dello spirito: «Mi sono fatto debole con i deboli per guadagnare i deboli» (1Cor 9,22); «Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Riassumendo la sua missione agli anziani di Efeso, non celebra le molte vittorie, parla della sua fatica, della durezza della sua vita, della paura, del pianto: si mostra un uomo affettivo, vicino alla storia di tante persone provate dalla vita.

I rapporti stabiliti con la gente erano prima di tutto di simpatia, di voglia di volersi bene, di preoccupazione gli uni per gli altri, di relazioni coltivate per anni, di bisogno di dirsi addio in previsione di una probabile impossibilità di reincontrarsi.

La chiarezza e linearità di Paolo. Egli ha una profonda consapevolezza di essere uno strumento della grazia. Non è lui il protagonista, non crea mai confusione tra sé e il Signore, nel trattare con la gente. È un uomo dallo sguardo lucido su di sé e sugli altri: non si crea aspettative poco realistiche, non si considera uno che ha cambiato la gente una volta per tutte. Conosce la fragilità di certi cammini di fede, di certe entusiastiche adesioni al vangelo e la consistenza di invidie, gelosie, della voglia di primeggiare, della capacità dell’uomo di pervertire la Buona Notizia per i propri scopi (20,29–30). Vede già profilarsi una certa inutilità del suo lavoro, con singoli e comunità.

Sa prendersi le sue responsabilità, ma riconosce e accoglie quelle degli altri, senza vivere in un atteggiamento simbiotico: non si fa scrupoli inutili come quelli che credono di essere sempre responsabili di tutto, che si fanno carico di tutti. Delega incarichi, è capace di andare altrove, sa benissimo che ciascuno ha la sua libertà e si gioca il destino eterno (20,26). Un uomo pronto a dare la sua vita per la salvezza del prossimo, assillato per la sorte delle chiese e in particolare dei più piccoli (cf. 2Cor 11,28), pieno di sentimenti affettuosi, ma anche estremamente chiaro nel dare a ciascuno il suo: parla di nemici che gli hanno teso insidie, di falsi fratelli, di persone che dopo aver aderito con entusiasmo molleranno tutto. L’opposto di certi personaggi buonisti, che vogliono sempre mettere tutti d’accordo, che non dicono le cose che la gente non vuol sentirsi dire, che rimandano continuamente una presa di posizione per paura di sporcarsi le mani. L’opposto anche di certi intransigenti, preoccupati solo della dottrina, mascherati dietro la tradizione, con la risposta sempre pronta e i programmi sempre chiari.

La fede di Paolo. Questo discorso Luca l’ha concepito  anche come un ritratto dell’apostolo delle genti: che l’abbia conosciuto personalmente (come io ritengo) o no, poco importa. È certo che il Paolo descritto da queste parole è in grande sintonia con quello che fanno emergere le sue lettere. La nota che caratterizza quest’uomo è senz’altro la sua fede, il suo modo di vivere in una prospettiva di fede.

Il discorso agli anziani della comunità di Efeso è comprensibile solo in un’ottica di fede: il riferimento costante è la santa Trinità, vista come il centro vero di tutta la realtà. Paolo  vive da servo del Signore, è in costante ascolto di quello che lo Spirito gli dice, la sua missione nasce dall’incontro con Gesù e vuol portare la gente ad incontrare Gesù. Quando il suo compito si esaurisce e non può più relazionarsi con le persone che gli sono divenute care, le affida al Signore, sapendo che il cammino a cui ha dato l’avvio continua: in Dio nulla va perduto.

Nell’ottica di fede, anche le prove, le fatiche, gli insuccessi, le lacrime, trovano un significato: è evidente che solo una fede alimentata dal continuo riferimento al mistero pasquale di Gesù può portare a questa convinzione.

La chiesa di cui lui è stato infaticabile propulsore è «di Dio» (20,28), non è un’organizzazione umana, dovuta all’intraprendenza sua e di altri. Nasce dall’annuncio della Buona Notizia operato da Paolo, ma il vero propulsore è «il sangue» (20,28) sparso dal Figlio. Il logos dell’amore gratuito del Signore, ossia della grazia, è la forza che nella storia umana ha il potere di edificare e di concedere l’eredità(20,32), anche quando ci sono i lupi rapaci in circolazione. Tutte queste convinzioni nascono dal continuo affrontare la vita con fede.

La sua affermazione conclusiva, soprattutto, ci mostra l’orizzonte escatologico in cui si muove l’apostolo. Se c’è più gioia nel dare che nel ricevere è perché la vita divina ricevuta per mezzo dello Spirito Santo anima tutta la persona di Paolo: la gioia di cui si parla è infatti la beatitudine evangelica, non certo la sensazione di essere un uomo a cui tutto è andato per il verso giusto. Paolo sarebbe stato comunque una persona che avrebbe lasciato una traccia nella storia: troppo intelligente, determinato e capace di leadership per rimanere un anonimo rabbi come tanti. Il fatto è che tutto questo, senza disprezzarlo, lui l’ha però messo da parte: ciò che emerge a Mileto è la grande passione per «il vangelo dell’amore gratuito di Dio» (20,24). Considera la sua vita meritevole di nulla (20,24), eppure è un uomo felice perché una vita consumata per il regno non va perduta, fiorisce fin d’ora, nemmeno «le catene, le tribolazioni» (20,23) e la stessa morte possono intaccarla.

  • Testo di Paolo Bizzeti, Fino ai confini estremi. Meditazione sugli Atti degli apostoli, EDB, Bologna 2008, 333-335.
  • Nella foto, rovine del teatro di Mileto, dove Paolo pronunciò il suo discorso di commiato agli anziani di Efeso.