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Non c’è più schiavo nè libero

La visita di alcune delle città dell’Asia Minore evangelizzate da san Paolo apre prospettive nuove su quello che lui stesso chiama il suo “Vangelo”, e particolarmente sulla sua missione di fondatore di comunità. La versione paolina del cristianesimo non è fallita: forse non è mai stata provata seriamente.

Un fiorire di umanità nuova

«Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre: ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti, e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno; anch’essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso. Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa. Salutate il mio caro Epèneto, primizia dell’Asia per Cristo. Salutate Maria… Andronìco e Giunia… Ampliato… Urbano… Stachi… Apelle… Erodione… Trifèna e Trifòsa… Salutate la carissima Pèrside che ha lavorato per il Signore. Salutate Rufo, questo eletto nel Signore, e la madre sua che è anche mia» (Rm 16,15.6.7.8.9.11.1213).
Mentre leggiamo questa interminabile lista di saluti che san Paolo indirizza ai cristiani di Roma, sostiamo al riparo dal sole accecante di mezzogiorno sotto un piccolo albero nelle rovine di Mileto. Di fronte al porto, oggi totalmente insabbiato, ma che le piogge invernali tornano regolarmente a trasformare in un fiorito acquitrino, non è difficile riandare, con l’immaginazione, alla sosta che Paolo fece in questa città durante il viaggio che l’avrebbe condotto a Gerusalemme. Come raccontano gli Atti degli Apostoli, Paolo aveva chiamato, da Efeso, tutti gli anziani della comunità per dar loro un ultimo saluto. Temeva, infatti, a ragione, che non sarebbe più tornato nella capitale dell’Asia, dove aveva vissuto per più di due anni, svolgendo una feconda attività di evangelizzazione e subendovi anche il carcere, nell’estate del 53.
«Ecco, ora so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunziando il regno di Dio» (20,25):
un momento di intensa commozione, che rivela la grande intensità degli affetti e della comunione che si sono stabiliti tra l’apostolo e la comunità cristiana di Efeso. Come annota Luca, infatti, a quelle parole
«tutti scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave» (20,3638).
È proprio la ricchezza e fecondità dei rapporti umani quello che i saluti di Paolo ai cristiani di Roma testimoniano fino alla commozione e che la pagina di Luca conferma esplicitamente riguardo alla comunità di Efeso, a venirci incontro con forza nella visita ai luoghi paolini della Turchia. E se oggi essi appaiono pressoché deserti, e con poche tracce dell’appassionante storia dei primi secoli dell’era cristiana – che pure vide sorgere fiorentissime comunità, che combatterono coraggiosamente per il Vangelo e in cui si posero le basi per il futuro del cristianesimo -, la rievocazione di quella ricchezza di umanità e di vita quasi sembra rianimarli, restituendoci al vivo quella che è stata, in ultima analisi, la vera alternativa della proposta cristiana al mondo tardo antico: e cioè la cura della persona, la scoperta della sua unicità e del suo valore inestimabile. Quella consapevolezza che proprio san Paolo esprime nella celebre esclamazione della sua lettera ai Galati, dove l’apparente presunzione di credere che il Figlio di Dio possa aver dato la sua vita proprio per lui, è in realtà la più bella e compiuta confessione di fede cristiana:
«Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

Di fronte a un mondo complesso

La vita che Paolo dice di vivere nella carne è davvero una vita di combattimento. Mentre sostiamo lungo la Via Arcadiana, che dall’immenso teatro di Efeso conduceva fino al porto, l’anima vorrebbe poter individuare il luogo esatto in cui si trovava la «scuola di un certo Tiranno» dove, sempre secondo gli Atti degli Apostoli, Paolo ogni giorno discuteva apertamente del Vangelo. Riferisce Luca che, attraverso la sua predicazione prolungatasi per due anni, «tutti gli abitanti della provincia d’Asia, Giudei e Greci, poterono ascoltare la parola del Signore» (At 19,10). Un’evidente amplificazione, ma anche una profezia, confermata dai prodigi che, sempre secondo Luca, accompagnano l’opera missionaria di Paolo, e che presto provocheranno la violenta reazione degli artigiani che realizzano gli ex voto in argento della grande dea Artemide. La sollevazione popolare è immediata e impressionante, e gli Efesini si precipitano in massa nel teatro dove – sempre stando al racconto di Luca – per più di due ore esprimono a gran voce il loro tributo alla divinità che attrae a Efeso migliaia di pellegrini da tutto il mondo: «Grande è l’Artemide degli Efesini» (At 19,28.34)! E se del grande tempio Artémision, una delle sette meraviglie del mondo antico, si conserva oggi un’unica colonna – esso, infatti, ormai in rovina, fu utilizzato come cava di pietra per la costruzione della vicina Basilica di S. Giovanni e della stessa Basilica di S. Sofia a Costantinopoli -, nel museo del vicino villaggio di Selçuk è comunque possibile ammirare due effigi della dea, con le sue fattezze dure, per nulla femminili, sovraccarica di simboli che ne ricoprono il corpo e ne fanno un idolo cui, in alcuni casi, si è arrivati a sacrificare addirittura delle vite umane. Poco meno di quattrocento anni dopo, in quello stesso teatro di Efeso, accompagnando i vescovi in processione dalla Chiesa dei Concili – le cui rovine si visitano ancora oggi a poche decine di metri dalla Via Arcadiana -, gli stessi abitanti di Efeso avrebbero acclamato Maria Theotokos, Madre di Dio, alla conclusione del Concilio ecumenico che ne sanciva il dogma: era la sera del 31 luglio 431, e non è difficile immaginare lo spettacolo del grande teatro illuminato da miriadi di candele, testimoni di una città ormai interamente cristiana.
In realtà, possiamo solo a stento immaginare la forza interiore che deve aver animato Paolo nella decisione di gettare il seme nuovissimo del Vangelo in una città come Efeso dove la civiltà tardo antica si è così compiutamente cristallizzata a livello sociale, culturale e religioso, come lo stesso episodio degli argentieri conferma.
Sappiamo che, per preparare il suo arrivo, Paolo ha lasciato in città, nel suo rapido passaggio dell’anno precedente, i coniugi Prisca e Aquila, che già lo avevano ospitato a Corinto e che, impiantando a Efeso la loro attività di fabbricatori di tende, non si saranno certamente limitati al solo lavoro manuale: compagni di Paolo nell’evangelizzazione di Corinto, l’annuncio del Vangelo è ormai diventata la loro seconda natura, tanto che possiamo esser certi che avranno sfruttato ogni opportunità per proclamare la Buona Notizia. E, dunque, sono loro i veri fondatori della Chiesa di Efeso (cfr. J. Murphy O’CONNOR, Vita di Paolo, Paideia, Brescia 2003, p. 198)! È la quotidianità della loro vita nuova, esempio commovente di autentica famiglia cristiana, a creare lo spazio vitale in cui la parola di Paolo potrà edificare quella fiorente comunità che, a sua volta, diverrà ben presto generatrice di altre comunità.
Da Efeso, infatti, prende avvio una campagna missionaria che ancora oggi sorprende per la sua rapidità ed efficacia. Utilizzando le strade romane che collegano la capitale dell’Asia con le città vicine, infatti, il Vangelo raggiunge ben presto Smirne, Pergamo, Filadelfia, Sardi, Tiatira, Colossi, Laodicea, Gerapoli, forse anche Magnesia e Traile: tutte città che si trovano a meno di 200 chilometri da Efeso, e che, a quel tempo, si raggiungevano al massimo in una settimana di cammino. Nella fondazione di una di queste Chiese, ci viene incontro un’altra commovente figura di cristiano e di evangelizzatore, Epafra, per il quale Paolo ha parole bellissime: «nostro caro compagno nel ministero», lo definisce scrivendo ai Colossesi. E aggiunge: «egli ci supplisce come un fedele ministro di Cristo, e ci ha pure manifestato il vostro amore nello Spirito» (Col 1,78). Circa cinquant’anni più tardi, scrivendo a Traiano, Plinio il Giovane manifesterà tutto il suo disappunto per aver riscontrato la presenza del cristianesimo – definito un “culto sciagurato” – addirittura nei villaggi più sperduti: «non sono solo le città – riferisce infatti all’imperatore –, ma anche i villaggi e i distretti rurali a essere infetti dal contatto con tale culto sciagurato». Una diffusione le cui ragioni com’è stato riconosciuto non possono esser ricondotte ad altro che alla contagiosa vitalità delle stesse comunità cristiane, come proprio la vicenda dei cristiani di Efeso sembra attestare. Luoghi di autentica umanizzazione, le comunità che celebrano la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte e si sforzano di viverne tutte le conseguenze, dove ogni persona è riconosciuta e accolta come tale, anche quei poveri e diseredati che non possono certo far costruire immensi edifici a memoria del loro nome, come farà Celso, qualche anno dopo, con la sua grande Biblioteca.
E uno sguardo alle masse di turisti che percorrono la Via dei Cureti, la via principale degli scavi di Efeso – in mezzo alle quali anche noi faticosamente ci muoviamo, quasi difendendoci dalla superficialità del loro anonimato –, in certo modo aiuta a comprendere la novità cristiana e il suo fascino inesauribile, solo che la si viva e la si annunci nella sua integralità. Una folla rumorosa che non è probabilmente molto diversa da quella che frequentava i negozi lungo la via dell’antica Efeso: venditori, bambini, vecchi, giovani, uomini e donne, quella varia umanità indistinta che sempre ci circonda e della quale noi stessi facciamo parte, che ogni volta torna a porci l’unica, decisiva domanda: che ci faccio qui? Masse anonime e sconosciute, masse, verrebbe da dire, che non stanno a cuore a nessuno e di fronte alle quali tanto più risaltano le viscere di misericordia con cui Paolo ama i suoi fratelli nella fede, un amore che riproduce precisamente l’amore assoluto ed esclusivo di Dio per ognuno di noi: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). Ed è il cuore di Cristo che Paolo apre ai Filippesi quando si rivolge a loro definendoli «fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona» (Fil 4,1), oppure quando descrive la propria dedizione nei confronti dei Galati come un vero e proprio parto: «figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!» (Gal 4,19).
È proprio scrivendo ai cristiani di Colossi che Paolo ci ha lasciato il ritratto ideale della comunità cristiana, potremmo definirlo il suo statuto originario, che è anche il vero segreto del Vangelo paolino. Una comunità, quella della città nella valle del Lico evangelizzata da Epafra, che con tutta probabilità Paolo non ha mai visitato personalmente, e alla quale scrive urgentemente dal carcere di Efeso per richiamarla a una visione meno astratta e cosmica di Cristo, del quale vuol far scoprire in modo più concreto e immediato l’attività terrena: il Salvatore Gesù Cristo è stato saldamente con i piedi per terra, ricorda Paolo ai Colossesi, probabilmente tentati da una visione troppo filosofica del cristianesimo, e i suoi discepoli non si possono ritirare in un isolamento ascetico. Proprio per questo, la lettera è sostanzialmente una grande riflessione ecclesiologica, nella quale l’Apostolo insiste molto sul fatto che Cristo è presente in lui e in tutti i mèmbri della comunità. Non stupisce, dunque, che essa contenga, nei primi versetti del terzo capitolo, la formulazione più felice – senza ovviamente voler tralasciare altri passaggi non meno ricchi di quell’esperienza divino-umana che ha segnato tutta la vita di Paolo – di quel progetto comunità che l’Apostolo ha tentato a più riprese di concretizzare nella sua missione e che ha costituito, ai suoi occhi, la vera novità che meritasse annunciare e vivere.
Un progetto in tre punti. In primo luogo, la consapevolezza della radicale trasformazione operata da Gesù Cristo, che chiede di diventare trasformazione della nostra stessa vita:
«Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assise alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!» (14).
La condizione dei risorti è vita nuova radicata con Cristo in Dio e dunque anche autocoscienza di questa novità, positivamente custodita e coltivata: «cercate le cose di lassù»! È a partire da questa consapevolezza che si comprende la fierezza con la quale Paolo, anche a dispetto di altri autorevoli discepoli, ha compreso fin dall’inizio la pericolosità della circoncisione, proprio per salvaguardare l’integrità della novità di Cristo in noi. È il passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo, come Paolo stesso indica poco più avanti:
«Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, a immagine del suo Creatore» (3,11).
E oggi che il confronto culturale e religioso è tornato a essere così concreto e prossimo a tutti noi, con quelle ferite della storia che qui in Turchia si toccano ovunque con mano, l’esigenza radicale di Paolo ci spinge con forza a ricercare l’integralità della fede cristiana e a non appannarla con nessuna patina “religiosa”.
Poiché è precisamente in quest’opera di trasformazione – ed è il secondo punto – che si inscrive anche il superamento di tutte le barriere culturali, etniche o sociali così vive e tutelate nel mondo del I secolo, proprio come Paolo tassativamente esigeva nelle sue comunità: si pensi solo alla durissima reazione nei confronti delle ingiustizie che si perpetravano a Corinto durante la celebrazione eucaristica!
«Qui – continua infatti Paolo – non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti» (11).
Una trasformazione che va quotidianamente custodita e alimentata, ed ecco, allora, le indicazioni che riportano i Colossesi alla concretezza della vita e che divengono per noi quasi l’affresco della vita vissuta di una comunità cristiana, anche in questi luoghi in cui nient’altro sembra aiutaci a ricostruire il fervore della vita di allora:
«Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra… Non mentitevi gli uni gli altri… Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri» (5.9.12–13).
Esercizio di ascesi e di virtù che non si alimenta nella presunzione delle nostre forze – Paolo lo ha sperimentato sulla propria pelle! – ma nel sovrabbondare della grazia di Cristo, invocata nell’esercizio costante del perdono reciproco, nella preghiera e nel continuo rendimento di grazie:
«Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (3, 13b-17).

“Servite a Cristo Signore”

Solo a questa comunità autenticamente cristiana, ovvero di Cristo – e di nessun altro, bisognerebbe aggiungere, pensando a un’altra delle questioni paoline, quella della paternità delle comunità fondate da lui o da altri – può allora appartenere il mandato della missione e del servizio, il terzo aspetto del progetto comunità paolino, che tanto da vicino richiama la prospettiva ecclesiologica del Concilio Vaticano II:
«Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che come ricompensa riceverete dal Signore l’eredità. Servite a Cristo Signore» (2324).
E precisamente lo stile di questo servizio, il servire l’uomo in Cristo e come Cristo, la vera eredità paolina, il “suo” Vangelo.
In fondo, è la prospettiva che ha permesso alle sue stesse comunità di elaborare una risposta non di semplice reazione o di opposizione alla cultura in cui sono nate. E proprio nella prospettiva che l’Apostolo indicava ai Filippesi:
«in conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).
Poiché – e non dovremmo mai sottovalutare la potenzialità liberante di queste parole rivolte ai Corinzi, che non hanno perduto nulla della loro attualità e concretezza anche per il cristianesimo di domani –
«tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3,21.23).
Così, mentre ci congediamo dalle coste dell’Asia Minore, l’avventura di san Paolo sembra consegnarci i tratti di un vero e proprio laboratorio del cristianesimo, quello che veramente furono le prime comunità cristiane lì fiorite: una lotta appassionata in difesa della novità cristiana, una ricerca spesso affannosa di soluzioni anche pratiche affinché essa producesse i frutti che le sono propri. Si trattò di un compito scomodo, non di rado travisato e addirittura osteggiato, e che forse ancora attende di essere compreso se, com’è stato scritto, il destino di Paolo è stato, nei secoli, quello di subire un approccio estremamente selettivo: «se Agostino ha esagerato un aspetto della descrizione di Paolo dell’umanità non redenta, i Riformatori hanno strappato dal suo contesto sociale carico di amore la sua sottolineatura dell’importanza della fede» (J. Murphy O’CONNOR, Paolo. Un uomo inquieto, un apostolo insuperabile, S. Paolo, Cinisello Balsamo 2007, p. 290).
In realtà, l’analisi che Paolo fa del mondo in cui doveva operare è ancora valida nella nostra società contemporanea. Una tale precisione e una tale visione dovrebbero darci fiducia nei confronti delle soluzioni che egli ha proposto per fare del cristianesimo un autentico strumento di. cambiamento: potrebbe essere questo un compito non banale per la celebrazione dell’anno paolino. Poiché «la versione paolina del cristianesimo non è fallita: non è mai stata provata seriamente» (ivi, p. 291).

  • Testo di Alessandro ANDREINI Feeria, anno XV, 32 (2007), 39-43
  • Nella foto: il teatro di Efeso.