home  »  Approfondimenti  »  Mileto, la città dei filosofi

Mileto, la città dei filosofi

Le rovine di Mileto testimoniano ancora oggi l’importanza di questa città della Ionia che dette i natali alla prima scuola filosofica dell’antichità. Visitando gli scavi archeologici, compiamo un viaggio all’indietro nel tempo, in quella particolare civiltà della polis che, come per miracolo, consentì alla filosofia di mettere le prime radici della tradizione occidentale.

Il mistero di ogni inizio
Quando si pensa agli inizi, la mente corre di solito a qualcosa di piccolo. Appena nato, l’uomo è un bambino. Prima di diventare un albero maestoso su cui si posano gli uccelli, la quercia è rinchiusa dentro il guscio di una ghianda. Osservando come dal piccolo si sviluppi il grande, secondo una finalità meravigliosa da cui sembrano animati gli esseri viventi, Aristotele immaginava un’energia orientata a un fine, una potenzialità interna che chiamava energheia o entelechia. In natura, tutto quello che oggi appare minimo e insignificante, domani crescerà e diventerà un essere compiuto. Se proviamo a immaginare lo scenario in cui ebbe inizio il pensiero filosofico greco, è facile pensare ad alcune piccole città coloniali, edificate sulla costa della Ionia, un tempo libere e indipendenti, ma presto inglobate nello scacchiere dei grandi imperi multietnici che premevano di fronte o alle spalle: quello persiano e quello di Alessandro Magno, quello romano e bizantino, infine quello turco-ottomano. Città commerciali, a contatto con l’immenso mondo asiatico e africano, grazie agli scambi marittimi e terrestri, e quindi poste nelle condizioni favorevoli per ricevere influssi culturali, religiosi e scientifici da quelle civiltà che erano sorte precedentemente sulle rive del Nilo e nella mezzaluna fertile tra il Tigri e l’Eufrate. È il caso di Mileto, sede della prima scuola fìlosofica dell’antichità, una città tanto piccola e insignificante da venir spazzata via nel 499 a.C. da Dario, come punizione per essersi voluta sottrarre, insieme ad altre colonie ioniche, al pugno di ferro dei Persiani.
Ancora oggi quando si giunge a Mileto, seguendo una strada secondaria in mezzo alla campagna, priva di indicazioni turistiche adeguate, si pensa di arrivare prima o poi in una località sperduta, lontana dalla costa e dalle rotte turistiche: un posto morto e dimenticato, presente soltanto nella memoria di chi ha studiato filosofia e si diverte a fantasticare sulle sue origini misteriose. Una volta, Mileto era costruita sul mare e sul mare aveva costruito in un certo senso la sua fortuna. Ma, a lungo andare, i detriti del fiume Meandro riempirono le acque del porto e la città si trovò sempre più distante dalla costa. I traffici commerciali diminuirono, poi cessarono, e la città prima di essere abbandonata attraversò una lunga fase di decadenza. Ecco perché il viaggiatore contemporaneo, che giunge a Mileto via terra, può soltanto immaginare lo scenario della città quando le sue case e i suoi templi si specchiavano nel mare. Ma viene smentito nelle sue aspettative quando si accorge che l’area archeologica di Mileto è sorprendentemente enorme. Il primo spettacolo che si offre alla vista è il grandioso teatro romano, ancora ben conservato, uno dei più imponenti dell’Asia Minore. Con i suoi 25.000 posti e una scena preceduta da un ingresso monumentale – di cui restano numerosi tronchi di colonne, capitelli con foglie d’acanto e gli stipiti di una porta sormontati da leoni -, il teatro da l’immagine di una città prospera e densamente popolata, almeno ancora in epoca romana. Per salire alle gradinate del teatro occorre passare attraverso un camminamento buio alla cui uscita il ventaglio semicircolare dei gradini – largo, nel suo punto più alto, almeno un centinaio di metri – si spalanca di fronte agli occhi come una visione capace di soggiogare l’animo. Il teatro della prima città greca, in cui nacquero Talete e Anassimandro, doveva essere più modesto; ma ciò che sempre sorprende nel visitare le città antiche è il rilievo dato a questa grande invenzione della civiltà greca, destinata a diventare un’istituzione permanente in tutti i centri del mondo civilizzato.
Qui, in un periodo precedente la perdita dell’indipendenza, la polis metteva in scena i conflitti e le contraddizioni della vita e della comunità sociale e, affidandosi a una coraggiosa rielaborazione dei miti del passato, rifletteva e scioglieva i conflitti che nascevano nella città.
I cittadini potevano vedere come in uno specchio i problemi in cui si trovavano coinvolti, sia come esseri umani che come mèmbri della comunità. Il teatro era la coscienza critica dell’uomo greco, ancora prima che nascesse la filosofia. Non a caso non era affatto proposto come un optional, come un divertimento a buon mercato per una popolazione distratta e annoiata, come accadrà in seguito con la decadenza delle istituzioni civiche sotto il dominio romano. Al contrario, le manifestazioni teatrali erano inserite dentro le feste religiose stagionali, per cui andare al teatro, assistere a una tragedia o a una commedia, non era un passatempo come un altro, ma significava partecipare a un vero e proprio rito collettivo, come andare al tempio o compiere sacrifici agli dèi.

La geometria della polis
L’uomo è un animale politico, affermava Aristotele, e ciò significa, come ha spiegato bene Jean-Pierre Vernant nel suo bel saggio Le origini del pensiero greco (Parigi, 1962), che la ragione greca si è sviluppata in relazione con lo sviluppo delle istituzioni della polis. La nuova virtù o areté, caratteristica del cittadino della polis – ha scritto lo studioso francese -, non è più l’hybris aristocratica, l’affermazione dirompente di un singolo o di un gruppo di persone: è l’isonomia, l’uguaglianza dei cittadini sotto un’unica legge. Il potere dello stato è trasferito dal particolare all’universale, dall’aristocrazia prepotente al ceto medio e moderato della polis. Con la caduta della monarchia, il potere non è posto più in alto, nell’acropoli, nel palazzo del re e nelle dimore imperscrutabili degli dèi; ma nel mezzo della città, dove sorgono le istituzioni pubbliche, l’agorà, l’ecclesia, il bouleuterion, dove tutti i cittadini possono partecipare alla discussione e all’approvazione delle leggi e svolgere a turno incarichi necessari alla vita della comunità. Attraverso la riforma di Solone, commenta ancora Vernant, Dike (la giustizia) e Sophrosyne (la saggezza) discendono dal cielo sulla terra e si installano nel centro della vita pubblica, dove le leggi sono elaborate e discusse, e talvolta anche cambiate. Sarà proprio dallo spazio aperto della discussione che nascerà la filosofia, non come sapere concesso ad alcuni, come quello dei maghi o dei sacerdoti, ma come ricerca della verità attraverso il logos, la ragione pensante e dialogante e, soprattutto, attraverso l’amore del sapere. Una passione che appartiene, potenzialmente, a tutti i cittadini. Mentre visitiamo quel che resta dell’antica Mileto, ci accorgiamo che gli scavi archeologici sono appena cominciati: la stragrande maggioranza della città, purtroppo, è ancora sepolta sotto la terra. Si intravede, tuttavia, il tracciato regolare delle strade che si intersecano a linea retta, segnalate da una serie di pietre che tagliano la pianura e disegnano figure perfettamente geometriche. E ancora vengono alla mente le parole che Platone volle scrivere all’ingresso dell’Accademia: «chi non sa di geometria, non entri in questa scuola». Al modello della geometria si era ispirato l’architetto Ippodamo per costruire Priene, il suo capolavoro urbanistico, e per tracciare in seguito la pianta di Mileto, sua città natale, quando venne il tempo della ricostruzione. E al modello geometrico, basato sull’equilibrio e sulla proporzione dei singoli elementi, si ispirano le cosmologie dei primi pensatori di Mileto, Talete, Anassimandro, Anassimene. Quando Anassimandro, ad esempio, pose la terra al centro del cosmo e affermò che essa era ferma, motivò questa sua affermazione con una spiegazione geometrica: essendo equidistante da tutti i punti della circonferenza in cui si raccoglie l’universo, le sarebbe stato impossibile cadere in basso o in alto o muoversi in qualsiasi direzione, non avendo ragione di alterare la sua posizione. Persino la medicina scientifica al suo nascere si basò sulla nozione di equilibrio tra i vari componenti del corpo e della psiche. La geometria ispirò soprattutto le nuove costituzioni politiche, da quelle di Solone e di Clistene alla città ideale, la Kallipolis di Platone.
Che si tratti di affidare gli incarichi ai migliori, come nell’eunomia di Solone (e poi dei pitagorici e di Platone), o della completa uguaglianza dei cittadini che a turno svolgono tutti gli stessi incarichi, come nell’isonomia di Clistene, il buon ordinamento della polis viene sempre cercato nell’armonia e nell’equilibrio delle sue componenti, ognuna delle quali deve svolgere il proprio ruolo per il bene dello stato.
Così, nel sostare davanti ai resti del severo bouleuterion di Priene o di fronte all’Odeon, all’ingresso della Via dei Cureti a Efeso, proviamo un’emozione più intensa di quella che trasmette una normale visita archeologica.
Capiamo che stare in quel luogo significa guardare con i propri occhi le piccole istituzioni della polis nell’istante della loro nascita, prima che diventino “grandi”, in proporzione alla traccia che lasceranno nella civiltà occidentale. La prima forma di parlamento, il bouleuterion, dove il consiglio dei cittadini si riunisce periodicamente per discutere le leggi e prendere decisioni importanti per il futuro della città, consente, per la prima volta nell’area delle civiltà antiche, di affermare il primato della parola nell’ambito dell’azione politica. Solo i Greci compresero per primi la possibilità di governarsi, e non di essere governati. Solo essi sottrassero per primi il monopolio della politica al diritto del più forte e alla sanzione delle origini familiari. Al posto dei re e dei faraoni posero le istituzioni della polis. E invece di obbedire a un sovrano divinizzato si sottomisero volontariamente alla legge umana della città che gli stessi cittadini si erano dati. Benché abbiano conservato istituzioni sacre come gli oracoli, cui spetta il compito di rischiarare l’oscurità dell’avvenire, la religione cessò per i Greci di essere un privilegio di alcune famiglie sacerdotali, per diventare pubblica. Nella pianta della piccola città di Priene, ad esempio, desta una certa meraviglia osservare come i templi si inseriscano nel tessuto delle abitazioni, dimostrando la propensione della religione a calarsi nella vita pubblica, a colmare il distacco tra spazio sacro e profano.

I filosofi e la polis
Difficile pensare, allora, che i primi pensatori ionici non siano stati influenzati dai nuovi ordinamenti delle loro città. A Mileto, dove nacque la prima scuola filosofica del mondo greco, il debito della filosofia nei confronti della nuova forma mentis democratica è evidente. Sia nelle teorie cosmologiche, sempre più distanti dalla visione mitologico-religiosa del mondo, sia nel metodo profano con cui si intende conquistare la sapienza, i nuovi pensatori si fanno avanti con l’aiuto della sola ragione per gettare una luce più chiara nel grande mistero dell’universo. Al centro delle loro dottrine stanno spiegazioni razionali, comprensibili da tutti e passibili di essere messe in discussione. L’antica sapienza riservata a pochi si trasforma in sapere pubblico, accessibile alla mente di tutti. Così, la filosofia nasce dal nuovo logos politico, dalla possibilità di mettere in discussione antiche verità e consuetudini di pensiero, un tempo ritenute sacre, per cercare quella verità che, unica, si regge soltanto su se stessa.
Nonostante la nostra grande ammirazione per le città greche che dettero impulso al nuovo sapere filosofico, non possiamo dimenticare le difficoltà che i filosofi greci incontrarono a causa della democrazia. Seduti all’ombra del colonnato della Stoa ellenistica, nei pressi dell’antico Gymnasium, pensiamo ad Eraclito, che per primo fece riferimento al conflitto tra il filosofo e la polis o, per meglio dire, la mentalità democratica. Quando il filosofo di Efeso afferma che l’opinione di uno, se radicata nel Logos, vale più di quella di mille uomini, non si riferisce forse a quella anomalia dei sistemi democratici che si basano soltanto sulla forza del numero, invece che apprezzare il consiglio dei migliori?
Sarà Platone, come è noto, a stigmatizzare questa tendenza fatale della vita democratica, dove la capacità di parlare nelle assemblee e nei tribunali costringe inevitabilmente la verità ad essere travolta dall’opinione della maggioranza.
Questa grande invenzione dello spirito greco, la democrazia, contiene, per così dire, un difetto di fondo: per virtù del suo stesso funzionamento, produce una tendenza fatale al relativismo, al trionfo dell’opinione, alla demagogia e alla dittatura della maggioranza, per non parlare poi delle forme irrazionalistiche di pensiero e di azione.
In definitiva, se la polis, con la sua apertura di pensiero e la garanzia di uguaglianza tra i cittadini, aiuta la nascita del pensiero filosofico, ben presto il rapporto tra il filosofo e la città cessa di essere idilliaco. Ad Efeso, Eraclito non esita a definire i suoi compatrioti dei “dormienti”, incapaci di aprire gli occhi sul Logos, la legge che regola l’universo. Ognuno pensa con la propria testa – si lamenta il filosofo – e immagina che il mondo coincida con quello che c’è nella mente. Incapaci di elevarsi a una visione oggettiva della verità, restano attaccati alle loro opinioni, come i prigionieri della caverna platonica saranno schiavi delle loro ombre.
Così, mentre Anassimandro compone il primo trattato di cosmologia in prosa, Eraclito nasconde la sua dottrina sotto il velo degli aforismi per non farsi capire dalla gente comune.
Platone, dopo circa un secolo, criticherà fortemente la dimensione pubblica che la pratica della scrittura conferisce al sapere, denunciando il pericolo che il sapere scritto cada indifeso nelle mani di tutti e sia interpretato e usato senza rispetto per le opinioni dell’autore. Socrate, del resto, non era stato trascinato in tribunale da due esponenti di spicco del partito democratico? Non dovette difendersi di fronte a una giuria popolare per la quale la sua parola valeva tanto quanto quella dei suoi accusatori? Per questo, nonostante la filosofia abbia un debito nei confronti delle istituzioni sociali in cui è nata, sia Platone che Aristotele sogneranno dei regimi ideali dove sia permesso ai filosofi di cercare la verità in libertà di spirito e di porla al servizio, direttamente o meno, del buon ordinamento dello Stato. Se dunque può essere vero che la città greca abbia fatto nascere la filosofia, quest’ultima, per conservarsi libera, si è sempre guardata bene dall’identificarsi con essa. Mentre ci allontaniamo dalle rovine di Mileto e vediamo il gigantesco teatro scomparire dietro le colline, dentro di noi si fa strada una sensazione strana: ci allontaniamo, sì, ma ci sentiamo più vicini alle nostre origini.