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La missione di Paolo

Luca raffigura l’attività missionaria di Paolo e Barnaba come un “annuncio della parola” (cf. 13,5.15.42.46; 14,1.3.7.25; 15,35). Ma la parola di cui Luca parla negli Atti non è puramente il contenuto di una comunicazione verbale, né il discorso convincente di un oratore affascinante. Luca usa l’espressione «parola di Dio» in alcuni passaggi chiave, che ben servono ad illuminare il valore profondo ed assoluto della parola in tutti gli altri passi degli Atti. Tutta le sezione che stiamo leggendo è introdotta dalle battute conclusive del c. 12: «Intanto la parola di Dio cresceva e si moltiplicava» (12,24; cf. 6,7; 19,20). Luca può parlare di una «crescita della parola di Dio» esattamente perché tale parola è per lui la stessa rivelazione con cui Dio chiama gli uomini a prendere atto della salvezza che egli sta operando nella storia. Come è vero che l’«opera di Dio» può essere contemplata o ignorata, così la «parola di Dio» — la quale non è altro che la testimonianza data da Dio stesso alla sua opera — può essere accettata o rifiutata, può «crescere» o diminuire. In questo senso, ancora una volta, l’iniziativa è soltanto di Dio: egli solo pronuncia una «parola» che interpreta i frutti della salvezza all’interno della storia degli uomini, chiamando ciascuno ad assumersi le proprie responsabilità. Le parole di Paolo e di Barnaba allora valgono soltanto per quel che può valere un’eco tenue e affannosa: essi si sforzano così di corrispondere alle chiamate della parola di Dio, che vedono zampillare nel cuore degli uomini che incontrano lungo il loro cammino. Essi sono soltanto degli inseguitori, che tentano di afferrare una parola che già li ha preceduti, risuonando nelle profondità delle coscienze, suscitando in esse nuovi significati e rendendole disponibili ai frutti della salvezza.

Quando, al termine della riunione nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, «molti Giudei e proseliti accompagnano Paolo e Barnaba», questi «continuando a parlare con loro, si sforzano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio» (13,43). Più di questo i missionari non possono fare: a loro è consentito soltanto di rimandare alla «grazia» che Dio stesso sta operando. È così che il «sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola di Dio» (13,44). Allora i Giudei, presi dalla gelosia, «si misero a contraddire le parole di Paolo» (13,45). è a questo punto che «Paolo e Barnaba, ricolmi di coraggio, dissero: Era necessario annunciare a voi (Giudei) prima di tutti la parola di Dio. Ma poiché la respingete e non vi ritenete degni della vita eterna, ecco, ci rivolgiamo ai pagani!». La parola di Dio, respinta dai Giudei, passa ai pagani; ai missionari  non resta altro che riconoscere con coraggio questo evento straordinario e seguire con umiltà il disegno di crescita della «parola di Dio», rivolgendosi anch’essi ai pagani. Questi d’altronde, «ascoltando ciò si rallegravano e glorificavano la parola di Dio … E la parola del Signore si diffondeva per tutta la regione» (13,48 s.). La crescita della parola, che si diffonde per ogni dove, costringe i missionari ad inseguire con umile disponibilità le indicazioni imprevedibili della grazia di Dio. Non sono essi i portatori della salvezza, della verità, della grazia: essi sono davvero i «servi della parola» (13,5; cf. 6,4; 20,24; Lc 1,2), inchiodati da essa all’iniziativa di Dio, che va distribuendo nel mondo la gratuità del suo dono.

  • Testo di P. Stancari, Gli Atti degli Apostoli, Comunità di Bose, pro man., 44-46.
  • Nella foto: il sito archeologico di Antiochia di Pisidia (oggi Yalvac).