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La lettera a Laodicea

Nel libro dell’Apocalisse le sette lettere che compaiono nella prima parte presentano uno schema letterario fisso che ritroviamo, con alcune variazioni, anche nella settima indirizzata a Laodicea:

  • Indirizzo (3,14 s)
  • Autopresentazione di Cristo (3,14b)
  • Giudizio di Cristo sulla situazione della chiesa (3,15)
  • Esortazione particolare di Cristo alla chiesa (3,17-20) in questa il passaggio tra il momento giudiziale e quello parentetico è molto sfumato e quasi continuo. È contrassegnato dal passaggio dall’indicativo all’imperativo sempre però in chiave medicinale.
  • La promessa fatta al vincitore
  • Esortazione di carattere generale all’ascolto dello Spirito.

Il tanto discusso tema del significato “all’angelo della chiesa” per U.Vanni si risolve nel considerare la sua capacità di evocazione multipla. Da un lato si vuol sottolineare il carattere trascendente delle chiese che sono tenute nella mano destra del risorto. Questi le accompagna e le fortifica rendendosi presente sopratutto nella liturgia, però, visto il rapporto di mediazione che gli angeli intrattengono con il figlio dell’uomo, qui non si esclude la presenza anche di un ruolo di mediatori degli angeli stessi.

La città fondata verso la metà del II secolo era un fiorente centro commerciale famosa per gli unguenti oftalmici che vi si producevano.

Il Cristo viene presentato come amen: è il sì di Dio all’umanità che questa fa suo con la risposta tipica del dialogo liturgico. Cristo viene anche qualificato come il principio della creazione  (archè tes ktiseos tou Theou) perché tramite lui viene portato a compimento il processo di rinnovamento di tutte le cose  (21,5). La sua azione è creatrice perché incide e vuole incidere sempre più nel corso della storia.

Gesù conosce bene le opere della chiesa che segue con passione e costanza. È un amante appassionato che quasi litiga con la sua fidanzata. Di fronte a una situazione meno grave rispetto a quella della chiesa di Sardi (3,1) definita morta, c’è una forte reazione di sdegno e repulsione espressa dall’idea del vomito. L’amante appassionato non accetta la tiepidezza dell’amata per questo si indigna. La chiesa crede di essere diversa da come è in realtà e Cristo le vuole aprire gli occhi. Si crede ricca e lo è in termini materiali, ma in realtà è povera e cieca, manca della capacità di discernimento che dovrebbe avere. La chiesa è nuda come nuda è l’amante descritta da Ezechiele (16,7-8). C’è un tono di sdegno nell’amante che si sente tradito e offeso dalla nudità della sua amata. Con una velata ironia Cristo le consiglia di “comprare presso di lui ciò che le manca”. Non è una diminuzione della sua gratuità ma un’espressione che vuole stimolare la comunità a comprendere bene la via d’uscita dalla sua situazione di insufficienza radicale. Occorre comperare oro purificato dal fuoco. Anche Babilonia è ricoperta di oro (17,4; 18,6) ma questo è l’oro corrotto dell’autosufficienza. Gesù possiede l’oro vero che non tiene per sé se solo la chiesa glielo vorrà chiedere nuovamente. E si dovrà procurare anche veri bianche simbolo del risorto per essere nuovamente rivestita ed assumere un comportamento in linea con l’identità del suo sposo. Il vestito indica infatti la relazione nei confronti dell’altro. Il collirio da assumere è poi lo Spirito che è ciò che fa vedere. Tramite lo Spirito la chiesa potrà avere un maggiore conoscenza di Cristo.

Anche Dio Padre si era posto come pedagogo del popolo (Pr 3,11-12: “Figlio mio non disprezzare l’educazione del Signore e non avere a noia la sua esortazione poiché il Signore rimprovera chi ma (agapa) e come un padre si compiace nel figlio”). Ora anche a Gesù viene attribuito questo ruolo che però è letto più in chiave sponsale come sottolinea la presenza del verbo “filo”. È  un amore molto intenso. La chiesa verrà educata (paideuo) anche in altri modi che non vengono specificati, possibile allusione alle prove e alle difficoltà che dovrà incontrare.

“Sii fervente dunque nell’amore” non si tratta tanto di uno sforzo morale della chiesa quanto del suo accettare nuovamente l’amore appassionato di Cristo, lo sposo. I due imperativi “sii zelante e convertiti” tendono verso l’azione successiva: solo se ci sarà questa rinnovata disponibilità la chiesa potrà avvertire l’occasione che le viene offerta: “ecco sto alla porta e busso…”. Il contesto di questa suggestiva immagine è tratta dal Cantico (5,2) anche se, come al solito, l’autore lo interpreta e lo modifica.  Dall’imperativo si passa ora al condizionale: “se uno” segno della delicatezza dell’azione di Cristo. Appena si apre uno spiraglio di disponibilità Cristo si fa nuovamente protagonista ed entra come detto anche in Gv 14,23 “se uno mi ama, anche il Padre mio lo amerà, e verremo da lui e faremo dimora presso di lui”. Entrare è qui più intimo e specifico che non il generico venire presso. La stessa personalizzazione domestica del rapporto di intimità si ha nel tema della cena che segue all’entrata.

Al vincitore, che implica la presenza di una guerra da vincere come sarà specificato meglio nella seconda parte, verrà dato di partecipare alla sorte stessa di Gesù: non dà in premio dei ‘doni’ ma se stesso in tutte le sue prerogative. Gesù ha già vinto (enikesa) tramite la sua morte (5,9) e vuole condividere questa vittoria con i suoi.

Al termine viene ribadito l’impegno che la comunità deve svolgere per interpretare la situazione che stanno vivendo le chiese cui si rivolge lo Spirito.

A conclusione possiamo notare con Vanni come la situazione della chiesa sia cambiata nel corso della lettera. Dalla repulsione iniziale, si è giunti all’intimità della cena in casa. È il potere trasformante della Parola di Gesù che lo Spirito rivolge alle chiese, ma che queste devono accogliere per renderlo pienamente efficace.

  • Testo di Marco Tibaldi.
  • Foto di Felice Antignani, strada romana nel sito archeologico di Laodicea, nella provincia di Denizli.