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I segreti oltre le rovine

«Ha senso un pellegrinaggio in Turchia?» Questa domanda rimbalzava molte volte nel pullman, durante la settimana di educational per animatori spirituali di pellegrinaggi trascorsa insieme a Sara e Gabriella di Fratesole a fine gennaio. Troppo diversa, infatti, la Turchia dalla nostra amata Terra Santa, dove oramai siamo abituati a guidare gruppi di pellegrini e di cui da tempo siamo innamorati! Già: diversa!

Chi viene in Turchia, paese in cui il cristianesimo si è sviluppato fin dalla prima generazione di apostoli, non deve aspettarsi infatti chiese o santuari: oggi la fede in Gesù è quasi assente. Potrà soltanto incontrare quelle piccolissime e ferventi comunità che rare tengono accesa la lampada di Cristo dentro un difficile contesto di liminalità tra due opposti: il laicismo e l’islamizzazione.

Non potrà nemmeno pensare di abbracciare con lo sguardo e con i piedi un fazzoletto di terra che contiene un evento dal suo sorgere al suo compiersi; le distanze ridotte di Israele e dei Territori Palestinesi, teatro di tutta la vicenda terrena di Gesù di Nazareth, vengono infatti trentuplicate in distese immense tra laghi, monti altissimi e altipiani solcati dal passo di Paolo, Barnaba, Giovanni, Marco, Timoteo e altri nella fase più coraggiosa ed effusiva dell’annuncio cristiano.

Non solo gli spazi, ma anche i tempi si dilatano: dai tre anni di comunione dei discepoli con Gesù, ricchi di intimità e rapporti serrati tra consolazione e destabilizzazione, si passa – in Turchia – alla percezione netta che l’esperienza fondativa di Gerusalemme ha dato origine ad una storia lunga e avvincente: quella della Chiesa. Qui infatti possiamo contemplarla nel suo sorgere grazie all’annuncio di Paolo e degli altri, nel suo strutturarsi in comunità grandi e ben organizzate, nel suo rimanere in dialogo con le diverse culture (il paganesimo, l’ellenismo, l’impero, i culti orientali), nel suo ripensarsi e ripensare la fede (i primi Concili), nel suo consolidarsi anche attraverso l’offerta di tanti uomini e donne che hanno dato la vita per Cristo (nel martirio o nell’ascesi estrema)…

«In Terra Santa ci sentiamo a casa, noi accompagnatori di pellegrini; ma qui? È possibile un pellegrinaggio qui?» La domanda rimbalzava nel pullman non perché qualcuno mettesse in dubbio la significatività di quei luoghi per la nostra esperienza cristiana; piuttosto tutta questa ricchezza ci appariva esorbitante, inafferrabile. Si coglie bene, in Turchia, che c’è una profondità tale di eventi e di esperienze che spaventa per la sua vastità e densità. «Quanto poco conosciamo le nostre origini, per cogliere tutta la ricchezza di questa terra! Un pellegrinaggio qui è difficile!»: così ci si diceva tra noi. Ma, forse, proprio per questo è importante venire qui: proprio per conoscere e respirare la nostra storia; per ridare volumi a quella piatta e povera comprensione della realtà Chiesa così diffusa oggi dentro tante nostre comunità; per lasciarsi conquistare dal coraggio e dalla determinazione degli apostoli che hanno sfidato distanze, pericoli, agguati, incognite… tutto per amore del Vangelo!

Antiochia sull’Oronte, Tarso, Iconio, Laodicea, Efeso, Mileto, Smirne e tanti altri sono nomi che ricorrono così spesso nel Nuovo Testamento e nella storia dei primi secoli cristiani ma che restano quasi sconosciuti a noi discepoli di oggi; al pellegrino però essi rivelano (al di là della bellezza mozzafiato dei luoghi e dei resti archeologici i loro segreti meravigliosi).

Per me è stato appassionante venire qui: per vedere un passato apostolico segnato dalla determinazione, dalle scelte coraggiose, da un ascolto aperto e disponibile degli appelli dello Spirito alle coscienze. È stato illuminante venire qui: per vedere un presente cristiano segnato in modo decisivo dalla fragilità e dalla liminalità e per vedere in controluce anche il nostro presente ecclesiale in Occidente dove oggi siamo chiamati ad entrare nella logica del piccolo seme e del lievito nascosto nella pasta. È stato infine disarmante venire qui: per vedere anche – in un certo senso – il rischio che corriamo. In Turchia troviamo solo i ruderi grandiosi delle importanti basiliche (l’immagine della tomba di Giovanni evangelista ad Efeso al centro di una chiesa diroccata esposta agli agenti atmosferici mi ha profondamente colpito) e solo piccole lampade che brillano laddove fiorivano grandi comunità cristiane (a Tarso vivono più di 220 mila persone… e solo 3 cattolici: tre suore). Tutto questo risuona come un avvertimento a ritrovare il coraggio di una serietà cristiana convinta e contenta per non essere malauguratamente vittime di quel demone “odierno” (da cui già l’Apocalisse aveva messo in guardia la ricca e orgogliosa comunità di Laodicea) che la Bibbia chiama “tepidezza”. Mentre camminavo in silenzio tra i resti archeologici affascinanti di questa città, tra strade colonnate e teatri vertiginosi, risuonavano infatti in me le dure parole di Dio nell’ultimo libro della Scrittura: «Non sei né caldo né freddo! Io tutti quelli che amo li rimprovero: sto alla porta e busso!»

  • fra Mirko Montaguti ofm conv.
  • Nella foto: porta romana di entrata a Hierapolis, nei pressi di Pamukkale.